Un mondo che ha bisogno di poeti, come scrivevo la scorsa settimana, non è soltanto un mondo che ha bisogno di poesia, ma è un mondo che ha bisogno di sapere cosa pensano i poeti delle cose che hanno attorno: cosa pensano della politica, della cultura, di quello che ci accade. Abbiamo più bisogno di poeti che di economisti, probabilmente e gli economisti di un tempo lo sapevano assai bene: Luigi Einaudi a Raffaele Mattioli furono anche cultori di letteratura e poesia.
Se dico questo è perché un libro come Il Sessantotto realizzato da Mediaset (sottotitolo: “Un dialogo agli Inferi”, Einaudi, pp.74, 13 euro) scritto dal poeta Valerio Magrelli è più che mai opportuno per capire chi siamo e cosa siamo diventati. Il libro è sotto forma di dialogo, agli Inferi per l’appunto, tra un poeta denominato “il Tenerissimo” e niente di meno che Niccolò Machiavelli. Ed è una sorta di check up del nostro paese.
Machiavelli e il Tenerissimo affrontano tutti i temi cruciali dagli anni Settanta in poi: legge Basaglia, pentitismo, moralismo cattolico, giustizia, politica, sinistra, destra, dittatura mediatica, berlusconismo e vizi della sinitra, fino al 68.
È un libro che cerca di spazzare via quel certo talento per il luogo comune che attanaglia da sempre gli intellettuali italiani. Spiegando il fenomeno Berlusconi con il Don Giovanni di Mozart. Chi è Berlusconi per i due personaggi che Magrelli fa dialogare? Un illusionista, io direi persino, un fantasista, che è riuscito a illudere il suo elettorato, come Don Giovanni fa con le sue donne. Seduttori entrambi perché promettono ciò che non vogliono mantenere. Don Giovanni diceva di sposarle tutte, Berlusconi prometteva ai suoi elettori un salto di ceto sociale ampiamente agognato.
Sappiamo come è andata. Sia a Don Giovanni che a Berlusconi. Ma è proprio sull’ultimo tema del libro, quello da cui il dialogo prende il titolo, che desidero soffermarmi. Perché è un tema a me caro da qualche anno, a me da scrittore, e – vedo – a Magrelli da poeta. È un tema politico. È il tema del 68.
Secondo Magrelli, il 68 si è compiuto con Berlusconi e le reti Mediaset: «la frequenza con cui tanti incendiari sono diventati pompieri, non mi sembra per nulla casuale», scrive Magrelli, e aggiunge che il disprezzo per il formalismo della democrazia borghese tipico del Sessantotto ha portato alla vittoria di Forza Italia. «Berlusconi è un ideologo, l’ultimo forse, di quella antica stirpe».
Possiamo dire che il centro del libro è proprio qui, il passaggio dall’utopia alla distopia, intesa come forma di società negativa. Magrelli utilizza il termine distopia in contrapposizione a utopia, ma sa bene che distopia e utopia possono coesistere. E noi siamo il paese di questa convivenza. Magrelli ha ragione a dire che Berlusconi è un illusionista e un ideologo utopico e distopico. E ci possiamo spingere a dire che la «fantasia al potere» è proprio quella che abbiamo visto negli anni del berlusconismo appena conclusi.
Però Magrelli dovrebbe riflettere su un fatto: Berlusconi è espressione della borghesia italiana esattamente come lo furono i giovani che manifestavano nel 68. E il 68 fu il movimento dei figli di quella borghesia conservatrice. Un movimento che, nelle sue élites, impediva ai figli delle nuove classi, quelle emergenti, di raggiungere posizioni sociali nuove. Figli di nuove classi sociali che avevano come unica arma il riconoscimento dei meriti. E se non sei bravo, per conservare i privilegi non puoi che sperare in una raffazzonata fantasia e combattere la sana meritocrazia.
Fino a questa conclusione Magrelli non vuole spingersi, ma nel suo libro pone tutte le basi per farlo, cominciando dalla critica alla svolta “pop” delle università italiane quando si abbassano a lauree honoris causa a motociclisti e cantanti rock. Fino al disprezzo per la cultura degli stessi intellettuali.
Era già tutto scritto allora. È scritto ancora oggi, basta saper leggere questo paese. Magrelli lo ha fatto in parte. Ma devono cominciare a farlo tutti, soprattutto poeti, scrittori, giornalisti. Perché da soli non bastano i tecnici e gli economisti per far tornare questo paese un paese normale.
[© Il Messaggero, 31.12.2011]
Bella recensione, solo un appunto sulla tua ultima frase: Non dobbiamo “tornare” ad essere qualcosa che non siamo mai stati da quando siamo uno Stato ma tentare di dar vita a qualcosa di nuovo se vogliamo coltivare la speranza di mantenere il passo col resto del mondo.
questo probabilmente non è mai stato un paese normale, l’anomalia italiana c’era con berlusconi e c’è con monti (unico, insieme al premier greco a non essere eletto). è la nostra maledizione, e forse anche la nostra fecondità politica (machiavelli, con cui questo libro parla, è in effetti anch’egli un’anomalia della modernità politica europea)
La cosa più inquietante di questa società è il dominio della tecnocrazia, e per questo occorre lasciar parlare i poeti…
Non sono d’accordo né con Magrelli né con Cotroneo. Per il semplice motivo che il Sessantotto non fu un movimento “borghese”. Il Sessantotto fu l’estremo tentativo di riportare la sinistra occidentale (italiana, europea e d’oltreoceano, quindi non legata al discorso su “Mediaset”) sui giusti binari delle lotte civili, per il lavoro, per la democrazia e la giustizia. Sbagliarono in molti, persino P. P. Pasolini (non era mica “infallibile”) quando condannò le barricate di Valle Giulia. Allora si scontrarono studenti, figli di ferrovieri e di operai (quali “figli di papà”?) , contro poliziotti ugualmente figli di povera gente: una guerra tra “pezzenti”, insomma, con sommo gaudio dei media che si divertirono a rimescolare le carte. Uno che aveva capito tutto, o quasi, fu invece Paolo Volponi (non a caso, fuoruscito dal PCI). Il ’68 non fu fatto solo da studenti, ma da operai, impiegati, disoccupati.
Gli “inciuci” dei salotti del potere dilagheranno ai tempi del “compromesso storico”, che fu un totale fallimento sul piano politico ma riuscì perfettamente a livello “consociativo” e “strisciante”. L’incapacità del PCI di dialogare con il proprio elettorato, raccogliendo altresì le sfide dei sessantottini, si tradusse nell’azzardo di trovare un interlocutore nel popolo democristiano.
Francesco De Napoli